martedì 14 febbraio 2017

A Caprarica di Lecce per il 68° compleanno



Sentiamo necessario dare nuova linfa e memoria alla vita, alla militanza culturale e all’opera letteraria del poeta Antonio Leonardo Verri, nel suo paese natale, Caprarica di Lecce che lo vide nascere il 22 febbraio 1949 da Filomena e Raffaele. Nel 2017 avrebbe compiuto 68 anni.
Antonio Leonardo Verri scrittore, giornalista, operatore culturale, è stato uno degli intellettuali salentini più importanti e prolifici nel periodo compreso fra i tardi anni Settanta e i primi Novanta del Novecento. La sua opera è attualmente al centro di una riscoperta che coinvolge non solo docenti e ricercatori universitari interessati ad avviare un processo di adeguata sistemazione critica, ma anche scrittori, artisti e critici militanti che gli hanno reso omaggio attraverso incontri, dibattiti, letture pubbliche di testi anche inediti, spettacoli teatrali ispirati dalle sue opere, mostre, ecc.
Verri, attraverso la frenetica sperimentazione stilistica che caratterizza le sue opere e il dibattito da lui stimolato nelle numerose riviste di cui fu promotore, è stato il primo scrittore a introdurre nella letteratura salentina le istanze del postmodernismo su cui ci si iniziava a confrontare a livello nazionale e internazionale, con l’evidente obiettivo di aggiornare e di far interagire la nostra tradizione letteraria con i più vitali fermenti culturali dell’epoca. L’attività di Verri si caratterizza, inoltre, per la costante valorizzazione della cultura locale, sia attraverso l’infaticabile promozione di artisti salentini – scrittori, pittori, musicisti già noti o emergenti – sia attraverso lo studio di vicende e fenomeni caratteristici della nostra storia e del nostro patrimonio culturale.
Il 9 maggio del 1993, un incidente stradale lo tolse alla vita e alla sua famiglia e ai suoi tanti sodali, divenuti orfani di quel Naviglio che tutto poteva contenere.

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Il Fondo Verri accogliendo la volontà - e in accordo - con lAmministrazione Comunale di Caprarica di Lecce di costruire un progetto duraturo dedicato alla figura umana e letteraria del suo illustre concittadino mette in cantiere un ciclo di iniziative.

Primo e doveroso atto sarà l’intitolazione di una scuola ad Antonio L. Verri, poeta” e l’istituzione di un annuale premio di poesia rivolto alle generazioni più giovani a cura del poeta Antonio Cotardo.

Il 22 febbraio, il primo appuntamento: le scuole di Caprarica saranno scena di lezioni - spettacolo sulla scrittura e il lavoro culturale del poeta. Con la presentazione ai dirigenti scolastici, ai docenti e agli alunni della prima edizione del “Premio Fogli di poesia” che sarà rivolto, solo per il primo anno, alle scuole di Caprarica per poi aprirsi all’intera provincia e alla Regione Puglia e in prospettiva associarsi al “Concorso Internazionale Matiah Eckhard” di Montpellier (Francia) destinato ai giovani poeti e compositori dai 12 ai 25 anni.

Nella serata il concerto - recital di presentazione delle ultime due pubblicazioni curate dal Fondo Verri: “La Cultura dei Tao” audio libro ispirato alla cultura contadina e magica del Salento e Jurnal”, il diario privato dello scrittore singolare cronaca del lavoro culturale negli anni Ottanta a Lecce e nella provincia salentina.
  
Nuovo appuntamento il 25 aprile 2017 in occasione dell’annuale “Fiera di San Marco, con la premiazione delle poesie del concorso “Fogli di poesia” e l’affissione per le strade di Caprarica dei manifesti con le poesie del concorso. L’appuntamento sarà chiuso da un recital poetico – musicale a cui parteciperanno poeti e musicisti salentini.

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Nota sul concorso di poesia
"Fogli di poesia per Antonio L. Verri
Rivolto agli alunni delle scuole primarie secondarie di primo grado

È dedicato ad Antonio L. Verri il concorso “Fogli di Poesia indetto dall’Amministrazione Comunale di Caprarica di Lecce e dall’Associazione Culturale Fondo Verri per la cura del poeta Antonio Cotardo.

Il concorso è rivolto agli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado per far conoscere la figura e l’opera di Antonio L. Verri ai suoi concittadini. Il Concorso ha la finalità di promuovere la riflessione sull'importanza delle relazioni umane attraverso l’idea di una poesia coinvolta con la vita e attraverso l'elaborazione di testi poetici sui valori della libertà, dell’identità, della cultura contadina, dell’integrazione, dell'educazione.
Si intende stimolare la sensibilità degli alunni verso forme di solidarietà attiva e creativa. Particolare accento sarà posto sulla comprensione della partecipazione nel superare il pregiudizio e le barriere culturali che ancora segnano le diverse abilità.
Si mira in tal modo ad aumentare il grado di propensione solidale dei minori verso gli altri. Si mira altresì a far nascere nei minori il desiderio di agire secondo una “cultura solidale”; si cerca cioè di ispirarli a diventare, ognuno a suo modo, testimoni di piccole forme di solidarietà.


venerdì 8 luglio 2016

La prima presentazione del Journal di Antonio L. Verri






Venerdì 8 luglio, alle 20.00,
Nel cortile del Conservatorio Sant’Anna
(in via Santa Maria del Paradiso) a Lecce, verrà presentato

“Journal” di Antonio Leonardo Verri
edito da Spagine a cura di Maurizio Nocera e Mauro Marino


 
La recensione di Teo Pepe che annuncia la presentazione su Quotidiano di Lecce di venerdì 8 luglio 2016
Sarà presentato - venerdì 8 luglio, alle 20.00, nel cortile del Conservatorio Sant’Anna, a Lecce - il “Journal” di Antonio Leonardo Verri (Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993) curato, nell’edizione di Spagine, da Maurizio Nocera e Mauro Marino. Con i curatori interverranno l'Assessore alla Cultura del Comune di Lecce Luigi Coclite, il poeta e critico letterario Simone Giorgino e la studiosa Carolina Tundo per un piccolo report sullo stato attuale del Fondo Pensionante de' Saraceni di Cursi.

Il diario “segreto”, sul quale Verri scriveva le sue amarezze, difficoltà di vita, dispiaceri, sofferenze, disperazioni. Va dal 7 ottobre 1983 all’8 luglio 1992, cioè a nove mesi dalla sua morte con un’interruzione dal 12 febbraio 1986 al 17 giugno 1992. Nei cinque anni mancanti Verri annota le sue riflessioni su interventi che pubblica ora sui suoi giornali ora su altre riviste, altri giornali. Sulle pagine di questo Journal è possibile leggere qualche contrarietà verso qualcuno, ma sempre Verri, anche in questi casi, lo fa con comprensione poetica. Non va mai sul terreno dell’offesa personale.

Giorni travagliati, mai facili. Scrive nella prima pagina della sua agenda Antonio Verri: “Pare proprio che di un Jurnal non se ne possa fare a meno. Per un po’ ho resistito. Ma poi… Affascina, come sempre, la pagina o il posto che, guarda guarda, è unico, è necessario: mah! L’arsura, poi, per lo scritto: tanti bei righi uno sotto l’altro (l’ardore si aggiunge all’arsura), la possibilità di andare a braccio, il tempo che sai che azzanna il narciso che sei, eccetera: ma siamo pronti di nuovo a l’aldesso, la biffa de li capi, nascosta dio sa dove, che nasconde a sua volta oscure tavole, segni sui testi da decifrare, parole mai scritte ma dio sa quanti misteri…, fede che non avrai ma che puoi avere di scrittura s’intende. Che altro mai?”.
Pagine utili per comprendere quale era il clima del fare culturale negli anni Ottanta - Novanta, nel Salento in una dimensione molto diversa da quella a noi contemporanea. Avventure, progetti, scazzi, malumori, entusiasmi... su tutto domina, la grande inquietudine che sempre lo accompagnava, generatrice del suo fare, maestra e guida della sua arte, della sua inesauribile costanza. Scrive Maurizio Nocera nella sua introduzione: “Verri amava scrivere. Immensamente. Non c’era giorno che la sua penna riposasse un po’. Amava scrivere e affastellare carte, giornali, immagini, storie che non avevano mai fine. Un universo infinito il suo. Sconfinamento in un cielo più alto di quello visibile. Non sbaglia chi scrive che Verri era un intellettuale artigiano o, se qualcuno crede meglio, un artigiano intellettuale, e questo nel vero senso letterale. Per scrivere Egli sognava e, nel sogno, creava una miriade di immagini, che poi si fondevano in versi, o in una prosa poetica dolce e pura. La sua scrittura era una sorta di tela di Penelope, ma anche un arazzo sul tipo di quello di Aracne, tanto decantato da Ovidio nelle sue Metamorfosi, dove la forma e i contenuti tuttora restano misteriosi come [ancora per molti versi] misterioso resta il percorso poetico del poeta di Caprarica di Lecce”.

martedì 24 marzo 2015

Per Antonio Verri, creatura a mezz’aria. E per chi ancora ne vede delle belle


 di Ilaria Seclì

È dolcissima la vita fuori dai centri di potere. Bianca di neve, tua neve, petalo di camomilla, marzapane, fiori di cotone. Neve di “mar”. Sue mani nell’impasto, bianchissimo letto per giorni sempre nuovi, giorni di madre e notti perfette, è sempre la prima. Inamidata. Decoro garbo cura. Dignità.
Ora, sai, è tutto stropicciato, sgualcito, precario ci fanno dire. Siamo a mezz'aria ma non siamo tao. Siamo in mezzo a un'aria beige, caffellatte, macchiata, lattesporco. Ma altrove è più scuro, ne sono certa. Le leggi della vita si sono incarognite. Ci siamo incarogniti.

[sempre in questi giorni cado dico parole strane di ferro rosso arrugginito me le mette in bocca il mondo: sequestro di stato, incostituzionale, ingiusto, restare. cado da anni, questo è il mese, i bambini non c'entrano, nemmeno la magia i prati i fiori il cortile gli alberi no, non c'entrano. nei corridoi asfittici obitoriali delle attese sindacali delle risposte tirchie avare mortifere sempre uguali. punti-ricongiungimenti-sostegni-figli e l'aria ferisce e non sfama che fame. se questo è un uomo di certo è suo nemico]

Ma torniamo al racconto, nostra sede. Torniamo a noi. Sappi però che Santa Maria del paradiso è sempre lì. Lo suo figliolo priso, continua. Sempre aperta porta, la lampada a guardia, accesa. Siamo in tanti.
Ieri zompettavi divertito, dal palco sui leggii, dalla loggia ai lampadari. Ridevi, inanellavi capriole e voli come trapezista e angelo sul cielo di Berlino. Ma era cielo di Novoli. Ed eri così felice. Ti hanno fatto un baffo le geografie, anche quelle estreme, alfa e omega. Le hai in pugno, il mondo è una biglia. Lo ripetevi mentre dondolavi a boccaperta sul lampadario. Il mondo è una biglia! È un’unica pista ciclabile, essere ovunque, qui. Essere qui, ovunque. Il mondo è un fiocco di neve! Sfera lucente! Provate provate, fate fogli di poesia, poeti, chiudete gli occhi, lucidate pupille bambine, ginocchia sbucciate, alberi da salire, universi da interrogare. Intrecciare, filare, aprire, dare. È uno solo il lampadario che fa luce. Stringiamoci come bimbi in attesa di Natale o estate. O morti che aspettano ancora un piatto, quello preferito. Ciciri e tria cu lli frizzuli per il nonno a San Giuseppe. Ancora, ancora.
Ti ho visto, sai?, mentre tiravi il naso a Mauro, i capelli a Piero. Aveva appena cominciato a parlare Imbriani e gli hai dato una carezza. Ti sei spostato poi sulle nuvole elastiche di SimonFranco e SimonMago, la barba dell'uno, i riccioli dell'altro. Ma come fai? Come hai fatto, sempre? Sulle corde celesti di Valerio i paradisi che conosci bene. Senza gravità. Mai. Leggerezza di bimbo fino alla parentesi chiusa. Chissà dove l'hai riaperta. E chissà se un giorno anche noi potremo sospenderci come pulviscoli, tao che vivono per vivere, beati e operosi solo nell'incanto di scritture e voci, incontri e sogni. Tra cose e creature sacre senza profitto, ansie, numeri e scadenze. Giglio. Giglio purissimo. Quei tabernacoli innocenti che sono i giorni dell'uomo senza cinture di sicurezza, prevenzioni, frizioni, tangenti o pizzi allo Stato. Senza maiuscole. Antonio mio, t'immagini come sarebbe bello? Senza titoli, definizioni, etichette. Vivere per vivere! Non queste palafitte in affitto, esistenze minori, belati soffocati al posto di ruggiti, accenni e balbettii per danze sfrenate, ebbre. Elemosina. Elemosina. Tu, tu, odore caldo di pane, rosmarino nella macchia verso l’Adriatico, fiero vento del sud teso, teso ai cuori in spazi bianchi di terrazzi e lenzuola nivee, siderali, mani e occhi spalancati. Cuore sacro. Vento che avvolge ogni cosa, nostra umana specie misera e divina. Te la ricordi così, così l'hai vissuta, voluta, vestendo da re attrezzo e detto, pietra e gioco, contadino, povertà.
Liturgia dell'incontro e del fare. Quanto conta il saper fare!
Monello sì, fatto purissimo tao, nuvola, zucchero filato, soffio di tarassaco, gazza. Sì, gazza. Tra qui e lì. Tra questa terra e milioni di altre, in volo, in fuga, in corsa.
Zoretti all'uscita, mentre parlavamo d'altro, di arpie e alberi d'argento, di viaggi e corse al termine della notte, è piombato nel discorso col braccio alzato -in preda a furori decentrati, a estasi- “ho girato tutto il teatro, tutto!” dice vorticando il braccio alzato e lento. “Ci sono le poltrone del re! e dietro, una stanza con divani rossissimi!”. Rosse e grandi sedie dei re, le loro altezze non raggiungono quelle dei nostri scalini, pazzuli. Le altezze vertiginose non hanno metri adeguati a contarle.
Ma veniamo a noi, quindi al racconto, nostra sede. Ecco sì, sei d'accordo, lo so: non siamo solo parte di un racconto? Episodi, puntate, tracce, infiorescenze, gemme rinate a ogni primavera? come pietre sempre nuove per i pomeriggi a patuddhri! Me lo raccontano mamma e papà. Solo questo solo questo, non altro conta. Altro che accanimenti, vite dilatate come fossimo prolunghe, animali in pasto a carceri squallide o finemente arredate. Tu eri della strada, dell'acqua del fuoco, delle cose incontenute. Fino all'ultimo.
Com'eri allegro, saltellante ti sbracciavi sulle rose di Massimo, l'altra sera. Gialle. Le rose promesse, lasciate sulla scrivania del Fondo (Verri!) per la tua amica Ada. Santa Maria del Paradiso. È un mondo assurdo Antonio, ma ne succedono delle belle qui. Ancora. Ancora.

sabato 31 gennaio 2015

La cultura dei tao e la memoria contadina in Antonio L. Verri


La cultura dei Tao in una fotografia di Santa Scioscio



di Oronzina Greco

La scritto “ La cultura dei tao”, del 1986, composto per il catalogo pubblicato in occasione della mostra La cultura contadina” curata dal distretto 42 di Maglie, mi spinge ad interrogarmi su quanto Antonio L. Verri abbia preso e interiorizzato dalla cultura contadina nella quale era nato e cresciuto (a Caprarica in provincia di Lecce).
 C’è, in questo testo(dalla scrittura piana e di agevole lettura) , la nostra gentecon le sue aspettative e le sue malinconie,la madre con i suoi ammalianti racconti e i luoghi con le loro misteriose bellezze, popolatida esseri fascinosi e dispettosi. La gente di qui viene definita da Verri “ stupenda” e presenta “l’umore di questa terra, ad essa confida i suoi mali, le sue gioie, i suoi dubbi, le sue ondulate tristezze”. I luoghi sono “paesi che sembrano piantati tra gli ulivi, paesi dai pozzi profondi, dalle infinite cisterne per grano, per olio, per tutto…”.
Cito solo questi, ma diversi sono i passi che parlano di gente e luoghi e la sensazione che ne ricavo, leggendo ciò, è che Antonio abbia colto il senso profondo della terra che influenza e plasma il pensiero degli uomini e soprattutto il pensiero di chi sa raccogliere, custodire e far rivivere echi e segreti che essa racchiude.
Dalle narrazioni di questa gente, egli coglie lo spirito autentico e profondo, il valore immenso e immutabile, il respiro della terra e lo fa diventare mitico.
La vita del piccolo paese contadino di Caprarica di Lecce, archetipo della vita di tutti i paesini, specialmente del Sud, in un certo senso lo ispira. Egli osserva e descrive tutto: gli ulivi, i rigidi inverni, il pane fatto in casa per distribuirlo il giorno di Sant’Antonio, la doppia cotta di pane per i matrimoni, la fiera di San Marco, le squadre per la monda… Da tutto questo prende l’avvio e, su questo, Antonio Verri costruisce, costruisce il nuovo.
Dalla letteratura di questa gente egli prende “pane” e nutrimento per la mente, per farlo crescere e vivere in altri posti e contesti, per creare stupore e organizzare eventi che aggregano e fanno discutere. “Carismatico tessitore di nuove trame di fili rosso Salento” dice di lui Raffaele Nigro in un articolo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”.

Osserva e ascolta! Ascolta i racconti, le storie di questa cultura contadina, la quale comunica con la forza, l’efficacia, il colore e il calore dell’oralità senza la mediazione della scrittura.

Scrive Verri: “Durano conti…Parole rugose, cantilenanti, sogni, costruzioni le più audaci (da far impallidire scrittori di professione)… Ecco, durano i conti… e ci sarà sempre un povero favolista a narrarvi di un cuecolo di neve che molto tempo fa dei ragazzi festosi, goliardi, furenti, cominciarono ad appallottolare nella piazza bianca” .
Nelle affabulazioni e con le affabulazioni, in questa cultura, passa anche la vita vera perché, oltre la durezza del lavoro, il sudore della fronte e il sacrificio, c’è sempre la ricerca di un “altrove”, c’è sempre, in questo universo, la tensione di una ricerca, pur nell’apparente immobilismo, fosse anche solo per mitigare un’esistenza grama e difficile, per rendere più accettabile la fatica del vivere quotidiano.
Cogliere, respirare, vivere, interiorizzare le storie di questo mondo contadino attraverso la madre perché “è lei la depositaria, è lei la rappresentante di questo mondo” è stato naturale, per Verri, nel tempo della sua infanzia e adolescenza così come è stato naturale far tesoro di tutte le storie che “sono cariche di quella lusione, …storie intorno al tavolo, col fuoco, …” e recuperarle, trasfigurandole, e inserirle, mitizzate e trasformate, metaforiche e nascoste, negli scritti successivi.
Osserva, ascolta, trasforma. Crea sogno e immaginazione.
“Parlava, la mar, di freddo, di neve, mi raccontava la storia dei tre giorni della merla…io ci legavo il pane, la meraviglia della pasta che cresceva”.
La cultura della madre che è la cultura del mondo contadino di questo nostro Salento dell’altro ieri, conserva e tramanda, accanto ad elementi di vita materiale, anche elementi  favolistici come i tao, spiritelli che vivono a mezz’aria, buoni e dispettosi che incutono leggeri timori ma anche rispettose riverenze, elementi di cui ci si fida e che sono dappertutto: sui comignoli delle case, vicino al fuoco, sui campanili dei paesi. I tao, accompagnano anche le storie dei “narratori di cunti”, le quali mitigano il dolore, i dolori della gente comune,  facendola volare con la fantasia  verso una vita diversa, meno dura e faticosa, anche solo semplicemente sognata.
In tutto ciò Verri è stato “impastato” sin dall’infanzia; l’ascolto di narrazioni semplici e complesse insieme, favolistiche, fantastiche hanno senza dubbio aiutato a costruire, costituire il “sé narrabile dello scrittore-poeta di Caprarica di Lecce se è vero quello che scrive Adriana Cavarero che “ ogni essere umano, senza neanche volerlo sapere, sa di essere un sé narrabile immerso nell’autonarrazione spontanea della sua memoria…”
La ricchezza, l’originalità, l’inventiva, l’estro dello scrivere di Antonio Verri passano anche per questa via.

domenica 25 gennaio 2015

Un libro parlante per i tao



La cultura dei tao, in audiolibro
Spagine – Fondo Verri edizioni, Lecce 2014
Ada Manfreda *

È una vera chicca editoriale questa: perché ripubblica un testo di Antonio Verri del 1986 che è semplicemente magico; perché è un libretto che ha una veste grafica di gran gusto nella sua essenziale bellezza; perché è un ‘libro parlante’ con le belle voci di Angela De Gaetano, Simone Franco, Simone Giorgino e Piero Rapanà che smontano, rimontano, combinano il testo, accompagnati dalle musiche
di Valerio Daniele. L’ascolto della versione in audiolibro amplifica la musicalità del testo di Verri e quella sua atmosfera di sospensione, nel gioco di passato e presente ma anche di figure e simboli della cultura della terra e della povertà salentine, la cultura dei contrasti, umile e sorprendente, aspra e poetica, sempre un misto irrisolvibile di tragicità e tenerezza estrema.
La pubblicazione tutta, nel suo insieme, è un atto di cura, attento, delicato e amorevole, di Mauro Marino per Antonio Verri e per la sua scrittura. E già questo emoziona.

Cosa sono i Tao? Verri ce lo dice nel “Dizionarietto dei termini magici, nuovi o non comuni” con cui pensò di corredare il suo scritto: “Tao: folletti dell’aria, della mezz’aria anzi; c’è dentro il salentino mao, il veneto bao, tanto altro…”. La scrittura di Verri in quest’opera è straordinaria: suona e fabbrica immagini, reali, fantastiche, verosimili. Ma sempre capaci di farti sentire un Salento contadino, quasi oramai del tutto scomparso, commovente. E poi c’è sempre Lei, alla ripresa di ogni nuovo pensiero, dopo pochi giri di frase, sempre Lei, che ritorna continuamente, lo accompagna, gli corre accanto, la donna che è tutto per lui, la madre, la mar, lei. “Quando stavo con lei, figlio com’ero di una dea dell’aria, quando camminavo con lei, non c’era necessità di sprecar parole, erano gli occhi a raccontare, era negli occhi che riuscivamo a fermare, in un attimo di mille parole, gli eccessi, gli scoppi, lo smorire, la meraviglia…” (p. 28). La cultura dei tao è un dire tutti i luoghi d’emozione e di narrazione che la cultura contadina gli ha donato, il suo personale dialogo “con la terra, con una realtà di volta in volta essenziale, lineare, un po’ amara, un po’ magica… Molte le cose che da simile cultura (magra, fatata) ho avuto” (p. 18). Che è necessariamente un dialogo con la terra-madre, con la sua mar, con ciò che lei gli ha donato: “La letteratura della mar era il narrare dei sogni il mattino dopo, degli idoli suoi, i morti, che venivano a trovarla – fresca, mai turbata, come fosse un altro sorriso,
un altro abbraccio alla sua gente…” (p. 25). La cultura dei tao è un’opera che va conosciuta. E credo che non vi sia modo migliore per avvicinarsi e fruirne che quello di leggerla e ascoltarla nella edizione che ci propone Spagine – Fondo Verri.



* Amaltea Trimestrale di cultura, anno IX/ numero quattro, dicembre 2014

mercoledì 21 gennaio 2015

La cultura dei Tao per Spagine




La Cultura dei Tao
un audiolibro da Spagine – Edizioni Fondo Verri per presentare
il “pensiero” del poeta, scrittore e operatore culturale salentino Antonio Leonardo Verri.
Con l’introduzione di Eugenio Imbriani.
Per le voci di Angela De Gaetano, Simone Giorgino, Simone Franco, Piero Rapanà, Alessia Tondo e i suoni di Valerio Daniele.
La cura editoriale di Mauro Marino e la grafica di Valentina Sansò.

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 “La Cultura dei Tao” - il testo che Spagine – Edizioni Fondo Verri ripropone come audio-libro - è stato pubblicato la prima volta nel maggio del 1986, ad introduzione del catalogo della mostra fotografica itinerante “La cultura contadina”. L’iniziativa fu promossa dalla Scuola Media II° nucleo del Distretto Scolastico n°42 di Maglie (presidente il professor Giuseppe Chiri) e dalla Regione Puglia - Assessorato alla Pubblica Istruzione. In una nota del catalogo i curatori si ringraziano il signor Giuseppe Bernardi che mise a disposizione, per le fotografie, il materiale del Museo della Civiltà Contadina di Tuglie. Coordinatore del progetto fu Pino Refolo, le foto furono realizzate da Yellow Serigrafia di Maglie, la stampa fu a cura della Litografia Graphosette s.r.l. di Taviano.

La cultura dei Tao è un testo fondante per chi vuole conoscere la materia visionaria di quest’uomo nato in questo Sud d’Oriente, a Caprarica di Lecce il 22 febbraio 1949. Il 9 maggio del 1993, un incidente stradale lo tolse alla vita e alla sua famiglia e ai suoi tanti sodali, divenuti orfani di quel Naviglio che tutto poteva contenere. Lo tolse alla Madre - la Mar – celebrata nella Cultura dei Tao -  nell’incessante dialogo che fa la terra culla del cercare

La riedizione del prezioso testo introdotto da Eugenio Imbriani, unitamente ad un cd-audio registrato e sonorizzato da Valerio Daniele per le voci degli attori Angela De Gaetano, Simone Giorgino, Simone Franco e Piero Rapanà e della cantante Alessia Tondo, nasce con l’intento di tenere viva l’attenzione su Antonio Leonardo Verri, sulla sua straordinaria e tragica vicenda umana e sulle sue parole soprattutto.
Antonio L. Verri cercava il filo di una letteratura possibile “fatta di fole e di angiolesse, di orchi benevoli, di tao…” la sostanza della cultura contadina di un Salento sempre sospeso tra realtà e magia.